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  • Povertà in attesa

    Rapporto Caritas. Negli ultimi 10 anni triplicato il numero dei poveri in Italia

    di don Francesco Soddu* - Caritas italiana si occupa di povertà fin dalla sua fondazione. Nel 1971 Sua Santità Paolo VI – canonizzato domenica scorsa da Papa Francesco - volle creare un organismo, Caritas italiana appunto, che contestualmente potesse animare alla carità, educare le comunità alla solidarietà, senza ignorare le cause e le dimensioni dei fenomeni.
    Un organismo di animazione della carità nella comunità ecclesiale e che fosse– a nome della Chiesa italiana – dentro i fenomeni sociali più drammatici segnalando la loro esistenza, proponendo soluzioni alle istituzioni, ma anche richiamando tutta la comunità alle proprie responsabilità.
    Una rete di Centri di ascolto è nata negli anni scorsi, intessendo i nostri territori di spazi di ascolto, accoglienza, prossimità senza barriere per nessuno, perché per ogni cristiano il volto del prossimo è il volto di Gesù Cristo, del Figlio di Dio, misteriosamente presente in ogni condizione di povertà, disagio, esclusione.
    Una rete che si è attivata per tutti i drammi che hanno colpito il nostro paese, come per tutti i fenomeni sociali nuovi: dalla povertà alle calamità naturali, dal disagio delle periferie ai processi migratori.
    Caritas non solo parla di povertà prima del Rapporto della Commissione Gorrieri sulla povertà del 1984-85, ma lo fa a partire da dati che sono lo strumento per raccontare i tanti volti delle situazioni di disagio, che per noi sono storie, relazioni, speranze, fragilità. In altri termini, non fredde stime statistiche ma persone umane.
    Sottolineo questi aspetti per riconoscere che non vi è stato un altro periodo della storia recente del nostro paese in cui questo tema ha guadagnato una attenzione così vasta e finalizzata alla ricerca di una possibile soluzione.
    Negli anni scorsi – pure segnati da una crescente rilevanza del fenomeno e della sua percezione – il senso di urgenza era patrimonio soprattutto dei soggetti sociali a contatto con tutto questo, con maggiore difficoltà dei mondi della politica e della comunicazione.
    Si faceva fatica a convincere che la povertà fosse una priorità non tanto o solo per la Caritas, ma per il paese, per le comunità territoriali, e soprattutto per le persone piombate o rimaste intrappolate in questa condizione.
    E che non erano solo casi limite, straordinari o bizzarri, ma la crisi aveva reso tutto questo la normalità del disagio per fasce significative di popolazione.
    E si è dovuto altresì – Caritas e l’Alleanza contro la povertà – insistere perché risorse un minimo significative venissero investite su questo fronte: alcuni anni fa affermammo che “qualcosa non era meglio di niente”, perché la povertà non si sconfigge con le briciole di una legge di bilancio, ma con un impegno duraturo, incrementale e strutturale, non solo in termini di risorse, ma di competenze e di processi virtuosi di presa in carico delle persone e delle famiglie.
    Papa Francesco, appena ieri, nel messaggio indirizzato al direttore generale della FAO, per la celebrazione della Giornata mondiale dell’Alimentazione così scrive: “I poveri aspettano da noi un aiuto efficace che li tolga dalla loro prostrazione, non solo propositi o convegni che, dopo aver studiato dettagliatamente le cause della loro miseria, abbiano come unico risultato la celebrazione di eventi solenni, impegni che non giungono mai a concretizzarsi o vistose pubblicazioni destinate ad ingrossare i cataloghi delle biblioteche”.
    Presentando Il volume Povertà in Attesa, che è insieme, il diciassettesimo Rapporto sulla povertà e il quinto Rapporto sulle politiche di contrasto di Caritas Italiana, sentiamo la responsabilità non di dovere chiedere di più per la povertà, ma di fare le scelte più adeguate e ragionevoli per affrontare ancora la sfida della lotta alla povertà.
    Oggi vanno evitati errori che rischiano non solo di utilizzare in maniera non efficace le risorse, ma di compromettere l’idea stessa di lotta alla povertà, riconsegnando alla sfiducia, alla incredulità e alla diffidenza questo tema.
    Nel nostro paese c’è un processo in atto di rafforzamento del welfare territoriale –introdotto dal Reddito di inclusione – che a nostro modo di vedere non va interrotto, perché le nostre comunità locali hanno bisogno anche di servizi sociali territoriali in grado di ascoltare e in grado di accompagnare le famiglie in difficoltà fuori dal tunnel della povertà.
    Accanto a questo, c’è certamente la necessità di servizi per l’impiego efficienti, tali da accompagnare ulteriormente le persone nella ricerca di un lavoro e di una definitiva uscita dal disagio.
    Ma la povertà non è solo mancanza di reddito o lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro. Dare una risposta unidimensionale a un problema multidimensionale, sarebbe una semplificazione che rischierebbe di vanificare un impegno finanziario mai visto su questo tema.
    Non a caso il nostro Rapporto dedica particolare attenzione al tema della povertà educativa, un fenomeno principalmente ereditario nel nostro paese, che a sua volta favorisce la trasmissione intergenerazionale della povertà economica.
    I dati nazionali dei centri di ascolto, oltre a confermare una forte correlazione tra livelli di istruzione e povertà economica, dimostrano anche una associazione tra livelli di istruzione e cronicità della povertà. Esiste uno “zoccolo duro” di disagio che assume connotati molto simili a quelli esistenti prima della recessione, con la sola differenza che oggi il fenomeno è sicuramente esteso a più soggetti. Si tratta, dunque, di un “esercito di poveri” in attesa, che non sembra trovare risposte e le cui storie si connotano per una cronicizzazione e multidimensionalità dei bisogni davvero pericolose.

    Tutto questo non vuol dire che non si possa cambiare.
    •Cambiare si può, ma preferibilmente in meglio.
    •Cambiare si può mettendo al centro la persona e i suoi bisogni, la sua storia, le sue speranze.
    •Cambiare si può, facendo evolvere, piuttosto che cancellando l’esistente.
    •Cambiare si può, ma partendo dalla realtà e dalle condizioni dei sistemi territoriali.
    •Cambiare si può, ma insieme, mettendo da parte, tutti, presunzioni e precomprensioni.
    Avendo negli occhi il volto dei minori delle periferie difficili e complesse delle nostre città, degli anziani isolati dentro il caos delle grandi aree urbane o nella solitudine delle aree interne, dei disoccupati ultracinquantenni privati della loro dignità di lavoratori, delle donne schiacciate tra difficoltà occupazionali e lavoro di cura, dei nuovi cittadini immigrati con le loro speranze di un futuro migliore.
    Se il nostro paese partirà, senza ideologismi o semplificazioni, da quei volti potrà trovare una strada realistica, concreta e incrementale, per lottare contro povertà ed esclusione.
    Come cristiani abbiamo qualche difficoltà a pensare che si possa abolire la povertà, ma sappiamo che ogni storia riconsegnata alla sua dignità e alla sua libertà rende migliore il nostro paese, ci rende migliori, attuando collettivamente il sogno della nostra Costituzione repubblicana di “rimuovere gli ostacoli [...] che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

    *Direttore di Caritas Italiana

     



  • «A nessuno manchi il cibo»

    Il Messaggio di Francesco per la Giornata mondiale dell’Alimentazione 2018

    Un forte appello ad uscire dal torpore che spesso ci paralizza e ci inibisce. Il cuore del Messaggio rivolto da Papa Francesco in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione - dedicata al tema Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo a Fame Zero per il 2030 è possibile - celebrata a Roma nella sede della Fao il 16 ottobre. Non «una Giornata in più», scrive Francesco rivolto al direttore generale della Fao, Josè Graziano da Silva, in cui «ci si accontenta di raccogliere informazioni o di soddisfare la nostra curiosità», ma «occorre “prendere dolorosa coscienza”» – sollecita il Papa - del dramma della fame, delle «necessità» delle «ansie» e delle «speranze di milioni di persone che mancano del pane quotidiano», «osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo» e «raddoppiare i nostri sforzi affinché a nessuno manchi il cibo necessario, in quantità e qualità».
    Aumentano gli affamati ma cala la solidarietà. E, mentre aumenta il numero ingente di esseri umani che non hanno nulla, o quasi nulla da mangiare - denuncia Francesco - «la solidarietà internazionale sembra raffreddarsi». «I poveri aspettano da noi un aiuto efficace che li tolga dalla loro prostrazione, non solo propositi o convegni che, dopo aver studiato dettagliatamente le cause della loro miseria, abbiano come unico risultato la celebrazione di eventi solenni, impegni che non giungono mai a concretizzarsi o vistose pubblicazioni destinate ad ingrossare i cataloghi delle biblioteche».
    Passare dalle parole alle azioni. «In questo secolo XXI, - ricorda il Papa - che ha registrato notevoli passi avanti nel campo della tecnica, della scienza, delle comunicazioni e delle infrastrutture, dovremmo arrossire per non aver ottenuto gli stessi progressi in umanità e solidarietà, così da soddisfare le necessità primarie dei più svantaggiati». «Siamo tutti chiamati ad andare oltre. Possiamo e dobbiamo fare meglio». «Perciò occorre passare all’azione, in modo che scompaia totalmente il flagello della fame». Servono «decisione politica e piani operativi» sostenuti dalla «convinzione etica» di volere «il bene integrale» delle persone.
    Finanziare lo sviluppo e far tacere le armi. «Non saranno le solenni dichiarazioni - ammonisce Francesco - ad estirpare definitivamente questo flagello. La lotta contro la fame reclama imperiosamente un generoso finanziamento, l’abolizione delle barriere commerciali e, soprattutto, l’incremento della resilienza di fronte al cambiamento climatico, le crisi economiche e i conflitti bellici». Un appello infine del Papa: «abbiamo bisogno di aumentare i fondi destinati a promuovere la pace e lo sviluppo dei popoli. Abbiamo bisogno di far tacere le armi e il loro pernicioso commercio per ascoltare la voce di quelli che piangono disperati nel sentirsi abbandonati ai margini della vita e del progresso».



  • Con fiducia, sapere ascoltare

    Il punto su questi primi giorni di Sinodo dedicato ai giovani

    di Luisa Alfarano* - È trascorsa già una settimana di intenso lavoro dall’inizio della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Dal racconto e dalle interviste ai padri sinodali, agli uditori e agli esperti si evince l’intensa esperienza di Chiesa che si sta vivendo, fatta di ascolto e di dialogo, lontano da parole forbite e da discorsi già sentiti; un dialogo fatto di confronto sincero, schietto, semplice e nel quale la Chiesa si metta in gioco, perché è consapevole dei tanti giovani che da essa si aspettano un cambiamento sul quale hanno scommesso.
    D’altronde è anche quello che Papa Francesco ha detto nel discorso di apertura del Sinodo, lo scorso 3 ottobre: «vale la pena di avere la Chiesa come madre, come maestra, come casa, come famiglia, capace, nonostante le debolezze umane e le difficoltà, di brillare e trasmettere l’intramontabile messaggio di Cristo; […] La nostra responsabilità qui al Sinodo è di non smentirli, anzi, di dimostrare che hanno ragione a scommettere: davvero vale la pena, davvero non è tempo perso!».
    Papa Francesco ha delineato lo stile di questo Sinodo, richiamando l’attenzione affinché questo tempo sia un momento di condivisione, un esercizio ecclesiale di discernimento, un luogo in cui «parlare con coraggio e parresia, cioè integrando libertà, verità e carità. Solo il dialogo può farci crescere. Una critica onesta e trasparente è costruttiva e aiuta, mentre non lo fanno le chiacchiere inutili, le dicerie, le illazioni oppure i pregiudizi»; papa Bergoglio ha invitato ciascun padre sinodale ad ascoltare con umiltà e ad essere disponibile a farsi toccare dalla «novità, a modificare la propria opinione […]. Sentiamoci liberi di accogliere e comprendere gli altri e quindi di cambiare le nostre convinzioni e posizioni: è segno di grande maturità umana e spirituale».
    Tutto ciò perché la Chiesa è “in debito di ascolto” e questo Sinodo può e deve essere l’occasione per iniziare a saldare il debito.
    Questa prima settimana è stata dedicata alla riflessione e discussione a partire dalla prima parte dell’Instrumentum Laboris, dedicata al riconoscere, nel quale i padri sinodali si sono messi in ascolto della realtà, portando all’interno dei circoli minori la vita dei loro giovani: una realtà abbastanza variegata, che fa riferimento alla diversità dei vari contesti geografici e socio-culturali e che non si può generalizzare. I gruppi minori si sono posti la domanda di cosa elaborare dopo il Sinodo, e la proposta che è venuta fuori è quella di scrivere un messaggio rivolto a tutti i giovani, oltre che naturalmente alla necessità di un’esortazione.
    Tanti i temi emersi: in primis la necessità di considerare i giovani parte della Chiesa, evitando di indurre la sensazione che ne siano fuori; perché noi giovani siamo già il presente della Chiesa, non solo il futuro, e perché vogliamo essere co-protagonisti insieme a tutti gli altri delle sfide pastorali della Chiesa di oggi. D’altronde quando la Chiesa parla di sé, implicitamente parla anche dei giovani che ne fanno parte.
    È emersa la consapevolezza di evitare generalizzazioni, perché la realtà giovanile è tanto variegata, non solo da una parte all’altra del mondo, ma anche all’interno di una stessa comunità; e ciò che può accomunare tutti è una Chiesa che sa ascoltare al di là delle differenze e intraprendere così un dialogo costruttivo e non autoreferenziale. Noi giovani vogliamo anche essere accompagnati nella responsabilità, ma ciò comporta una buona dose di fiducia ed è tempo che questa fiducia venga investita. Su due temi molto attuali i circoli si sono soffermati: la sessualità e i giovani migranti.
    È richiesto alla Chiesa un accompagnamento nella vita affettiva e sessuale, che sia limpido e profondo, lontano da prese di posizioni, ma con l’intenzione di aiutare il mondo giovanile a saper riconoscere i segni dell’amore vero, puro, rispettoso. Una Chiesa che non abbia paura di parlare di sessualità, di chiamare le cose con il proprio nome: di questa schiettezza hanno bisogno i giovani, per poter essere sempre più consapevoli e rispondere così alle esigenze della propria vita.
    Un’attenzione particolare alla questione migratoria, specialmente alla situazione dei giovani migranti, costretti a cercare un futuro migliore fuggendo da situazioni di guerra, di fame, di corruzione e di mancanza di democrazia, con la speranza di una vita migliore rispetto a quella che hanno lasciato. Spesso però ciò non accade, e si ritrovano a dover soffrire anche in terre più fortunate della propria. Per rispondere a questa situazione, sicuramente è necessario assumersi la responsabilità e l’impegno di generare opportunità nei paesi di origine e in quelli di accoglienza, con un coinvolgimento attivo delle conferenze episcopali più coinvolte dal fenomeno e la necessità di una pastorale coerente con la realtà.
    Sembra emergere una Chiesa che non si vuole tirare indietro, ma che vuole stare dentro le ferite e le gioie del mondo intero: noi giovani ci siamo e nemmeno noi vogliamo tirarci indietro, anzi vogliamo starci dentro pienamente.

    *Vicepresidente nazionale dell’Ac per il Settore giovani e Responsabile del coordinamento giovani del Fiac



  • Paolo VI: Chiesa, Università, Società

    Ac, Fuci e Meic. Convegno in occasione della canonizzazione di Giovanni Battista Montini

    Promosso dall’Azione Cattolica Italiana, dalla Federazione Universitaria Cattolica Italiana (Fuci) e dal Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (Meic), da venerdì 12 a domenica 14 ottobre (con la partecipazione alla Celebrazione eucaristica per la canonizzazione), si svolgerà a Roma presso l’Università Lumsa il Convegno nazionale Paolo VI: Chiesa, Università, Società dedicato alla vita e al magistero di Giovanni Battista Montini: il grande papa della modernità, l’artefice dell’azione riformatrice del Concilio Vaticano II, l’apostolo della pace, il custode del laicato, che tanto amo l’Azione Cattolica e i giovani universitari della Fuci di cui fu assistente nazionale. La figura di Giovanni Battista Montini si staglia nella storia della Chiesa, ma anche dell’umanità intera, per la sua straordinaria grandezza, che riesce difficile afferrare in tutta la sua portata. In Evangelii nuntiandi, la sua esortazione apostolica del 1975 ebbe a scrivere: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, [...] o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». Forse si colloca in queste parole la ragione più profonda della santità, ora riconosciuta dalla Chiesa. E il perché papa Francesco abbia voluto che la canonizzazione avvenisse nei giorni del Sinodo dedicato dalla Chiesa ai giovani.
    Il convegno procede in quattro tappe.
    - Venerdì 12 ottobre alle ore 18.00 (presso l’Aula “Giubileo” in via di Porta Castello 44), apertura dei lavori con i saluti di Matteo Truffelli, Presidente naz. dell’Azione cattolica, Gabriella Serra e Pietro Giorcelli, Presidenti naz. della Fuci, Giuseppe Elia, Presidente naz. del Meic. Segue l’intervento di don Angelo Maffeis, Postulatore della causa di canonizzazione di Montini, che relazionerà su «Paolo VI, la Chiesa del Concilio». A partire dalla consapevolezza che la Chiesa condivide con il mondo la medesima sorte terrena, come si legge nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes.
    - Sabato 13 ottobre alle ore 9.30 (presso l’Aula “Giubileo” in via di Porta Castello 44), spazio agli universitari della Fuci con la relazione introduttiva della mattinata a cura di Gabriella Serra e Pietro Giorcelli. Seguono gli interventi di: don Claudio Stercal (Facoltà teologica dell’Italia settentrionale) su «La gioia cristiana. Al cuore dell’esperienza di Paolo VI»; Valerio Onida (Presidente emerito della Corte costituzionale) su «Montini e l’Università: quale eredità?»; la «Testimonianza» di mons. Lorenzo Chiarinelli (Vescovo emerito di Viterbo).
    - Sabato 13 ottobre alle ore 15.30 (presso l’Aula Magna in via Borgo Sant’Angelo 13), è la volta del Meic. Si inizia con i saluti di Francesco Bonini (Magnifico Rettore della Lumsa) e Philippe Ledouble (Segretario generale di Pax romana). A seguire: la relazione di Carlos Maria Galli (Pontificia Università Cattolica Argentina) su «Da Paolo VI a Francesco»; e la tavola rotonda «Quale cristianesimo per quale modernità: l’eredità di Paolo VI» con Pina de Simone (Direttore della rivista «Dialoghi»), Cecilia Dall’Oglio (Focsiv - Global Catholic Climate Movement), Fabio Macioce (Unione Giuristi Cattolici Italiani), Sandro Campanini (C3Dem).
    - Sabato alle ore 21.30, Veglia di preghiera per Paolo VI presso la Chiesa di Santa Maria in Traspontina (in via della Conciliazione 14).

    Domenica mattina, alle ore 10.00, partecipazione alla Celebrazione eucaristica e canonizzazione di Paolo VI.

    In allegato, la locandina con appuntamenti e orari

     



  • Ripartire dai giovani

    Affinché l’Italia torni a guardare al futuro

    di Michele Tridente* - Nessuna generazione come la nostra si è mai trovata etichettata con tutte queste definizioni: bamboccioni o sdraiati, millenials piuttosto che generazione Z. C’è chi si è spinto addirittura a definire noi giovani come la “generazione perduta”. Ma l’acronimo che più di ogni altro identifica nell’immaginario collettivo noi giovani è NEET, i giovani che non studiano, non hanno un lavoro (e non lo cercano) e non sono impegnati in altri percorsi formativi. I dati dicono che quasi un giovane italiano su cinque si trova in questa condizione: le statistiche non dicono tutto, è vero, ma un paese che non scommette e spende le proprie energie migliori sulle nuove generazioni non può andare molto lontano. Ci sembra che il nostro sia un paese più preoccupato di mantenere in vita vecchi equilibri che di dare opportunità a chi ha coraggio e voglia di fare e crescere.

    È facile cadere nella tentazione dello scoraggiamento sia nelle proprie capacità che nelle forme istituzionali e verso il mondo adulto in generale. Ci sentiamo lontani da una politica dominata da scontri, personalizzazioni estreme e linguaggi violenti e dalla mancanza di attenzione per i giovani e per il futuro. Siamo delusi dal prevalere degli interessi particolari di pochi rispetto al bene di tutti. Ci sentiamo poco ascoltati e sostenuti nel nostro desiderio di futuro: di trovare un lavoro, costruire una famiglia, contribuire al bene della società da adulti. Non è la pretesa di avere spazi dove essere protagonisti a scapito di qualcun’altro, ma la mancanza di credibilità di chi dovrebbe per noi essere modello. Questo sentimento si allarga a tutte le forme istituzionali, coinvolgendo anche Chiesa ed è un po’ il sentimento dei giovani di tutto il mondo, come è emerso dall’ascolto dei giovani nella riunione presinodale. Si scrive nell’Instrumentum Laboris “Le istituzioni dovrebbero avere a cuore il bene comune e, quando alcuni riescono a piegarle ai propri interessi particolari, subiscono una drammatica erosione di credibilità. Per questo la corruzione è una piaga che intacca nei fondamenti molte società (IL 59)”.

    Ma si sbaglierebbe a pensare che il nostro scoraggiamento si sia trasformato ormai in disinteresse. Pensando ad esempio alle ultime elezioni politiche del marzo 2018 in Italia, smentendo i sondaggi pre-elettorali che davano quasi un giovane su due a casa non intenzionato a votare, quasi il 90 % dei giovani italiani si è effettivamente poi recato alle urne. La prima sfida dunque è certamente quella di uscire dagli stereotipi per riconoscere il desiderio di impegno, di protagonismo e di costruire il bene che c’è in tantissimi di noi giovani, nonostante le difficoltà. Crediamo di essere qualcosa in più di una definizione: siamo sfiduciati sì, ma non meno in ricerca delle generazioni precedenti, sembriamo disillusi ma non meno impegnati e coinvolti in esperienze politiche o di volontariato.

    Sarebbe facile ora scaricare le responsabilità della situazione sulla politica o sul mondo adulto, ma penso che sia un atteggiamento più costruttivo quello di metterci in gioco, rimboccarci le maniche e provare a dare il nostro contributo affinché l’Italia torni ad essere un paese per giovani. Ci impegniamo – come dichiarato nel Manifesto dei giovani di AC verso il Sinodo – “ad essere testimoni credibili e assumerci la responsabilità di custodire il tempo e i luoghi che abitiamo“.

    Ma Cosa può fare ciascuno di noi affinché l’Italia riparta dai giovani?

    Ci sono quattro parole-chiave dalle quali ripartire: partecipazione, lavoro, formazione, intergenerazionalità.

    Se il nostro paese vorrà ripartire sarà necessario che scommetta sul valore della partecipazione di tutti alla vita politica e sociale, aldilà di maggioranze o minoranze, vincitori e sconfitti. Partecipare, ovvero prendere parte, significa scegliere consapevolmente una posizione tra tante, esprimere responsabilmente il proprio pensiero, impegnarsi con le proprie azioni a costruire il bene di tutti. Partecipare è anche essere parte, di una realtà più grande, di una comunità in cui non viviamo da soli o solo per noi stessi, un contesto in cui la nostra vita, la nostra storia è inequivocabilmente intrecciata con quella degli altri. Ma ciascuno di noi è chiamato a fare la fatica di mettersi in gioco e partecipare: perché altrimenti non avremo scuse e conteranno solo le scelte degli altri e noi staremo a guardare, senza poterci lamentare.

    Il mondo del lavoro è in continuo cambiamento e spesso noi giovani ci sentiamo impotenti di fronte a questo cambiamento. Curriculum caricati sulle piattaforme delle aziende, stage che seguono a stage, contratti a termine o peggio proposte di lavoro in nero: è questa l’esperienza di tanti di noi nel momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. E poi c’è il piano politico, dove il tema del lavoro è sempre più un terreno di scontro piuttosto che di proposte concrete.

    In questo senso è necessario anzitutto investire su un lavoro dignitoso per tutti, contrastando il fenomeno del lavoro nero e sottopagato, da un lato intensificando i controlli sui fenomeni di irregolarità e sfruttamento del lavoro, e dall’altro formando i giovani a conoscere quelli che sono i propri diritti. Nel confronto con i nostri coetanei europei emerge tutto il gap che esiste in Italia tra università e mondo del lavoro. È fondamentale migliorare il rapporto tra istituzioni formative e imprese e valorizzare tutti quei servizi (si pensi ad esempio alle agenzie per il lavoro…) e quelle realtà che favoriscono il passaggio dall’università al mondo del lavoro.

    Di fronte a questo cambiamento non possiamo fuggire, ma ci tocca immergerci nelle sue sfide, che pur nella fatica, ci chiamano a cambiare prospettiva: è compito di ciascuno, non attendere che le cose finalmente si aggiustino, ma metterci in moto per essere costruttori di opportunità senza aspettare che altri lo facciano per noi; se dobbiamo investire, dobbiamo farlo anzitutto su noi stessi, il più grande capitale che abbiamo a disposizione.

    Non si può parlare di lavoro senza parlare di formazione. Crediamo nel valore dell’impegno e delle competenze e vorremmo istituzioni formative capaci di trasmettere non solo nozioni, attente non solo a formare tecnici impeccabili, ma soprattutto che aiutino a maturare una preparazione che sia orientata alla responsabilità verso il mondo e verso gli altri, uno stile di dialogo culturale che ci faccia vedere chi ha idee diverse come una ricchezza, la ricerca come anelito continuo verso la verità dell’uomo e delle cose.

    La quarta parola è intergenerazionalità, che sta particolarmente a cuore a noi giovani di Azione cattolica perché la sperimentiamo quotidianamente in Associazione. Crediamo che il dialogo tra le generazioni sia un ingrediente fondamentale per far ripartire il paese. Non ci può essere sviluppo senza una bella alleanza tra giovani e adulti; non ci può essere crescita in cui una generazione cresce a scapito dell’altra. Anche l’Instrumentum Laboris riconosce “che oggi tra giovani e adulti non vi è un vero e proprio conflitto generazionale, ma una “reciproca estraneità”: gli adulti non sono interessati a trasmettere i valori fondanti dell’esistenza alle giovani generazioni, che li sentono più come competitori che come potenziali alleati” (IL, 14). Intergenerazionalità è sapere che si ha accanto sempre qualcuno di “più esperto” (nella vita) che può sostenerci nel cammino e insieme, qualcuno “più fresco” capace di immaginare sogni e progetti carichi di novità, a cui lasciare il testimone e in eredità qualcosa di buono che si è costruito. È avere la sicurezza che tutto non inizia e non finisce con sé stessi.

    Sentiamo forte la necessità, come ha affermato recentemente il Cardinale Gualtiero Bassetti, di “un nuovo patto sociale per ricucire il paese” e noi giovani crediamo di avere le carte in regola per essere buoni tessitori, per costruire ponti tra giovani e adulti, tra soggetti ecclesiali e non, tra realtà che solo apparentemente non hanno nulla in comune tra loro, ma che sono unite da una comune volontà di costruire il bene comune. Perché il bene comune ha senso solo se costruito in comune.

    *Vicepresidente nazionale dell’Ac per il Settore giovani e Responsabile del coordinamento giovani del Fiac. Questo articolo è pubblicato sulla rivista Benecomune (n.9/2018 - “Il riscatto del presente”) che dedica un dossier al Sinodo dei vescovi sui giovani. Gli altri contributi sono di: Giacomo Costa, Alessandro Rosina, Giacomo Carta, Maria Cristina Pisani, Giovanni Grandi, Luca Raffaele. Il dossier è curato da Paola Vacchina.



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