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  • Per farsi terra e paese

    Un commento al Messaggio di Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2018

    di Ivan Maffeis* - Forse da ragazzi un po’ tutti, come il trovatello de La luna e i falò di Cesare Pavese, ci siamo ritrovati a chiudere gli occhi per provare se, riaprendoli, la collina fosse scomparsa, lasciando intravedere un paese migliore.
    Al desiderio di «andare più lontano», la cultura digitale ha dato un contributo decisivo. L’individuo ha davvero “scollinato”, ha trovato l’America, un mondo seducente di immagini, news e commenti, che consente di trasferire sulla pubblica piazza anche i momenti più personali. L’ebbrezza della velocità, in macchina come nella vita, presenta rischi pesanti. Si può arrivare a pensare che tutti i contenuti siano uguali, che tra rappresentazione e realtà non corra chissà quale distinzione, che le proprie credenze contino più dei fatti e che, comunque, ci si possa sottrarre a tutto ciò che è dissonante.
    Su questo sfondo si rafforzano facilmente pregiudizi e stereotipi, sospetti e chiusure. Diventa difficile anche riconoscere le fake news, le informazioni infondate, «basate su dati inesistenti o distorti», eppure così plausibili ed efficaci nella loro capacità di presa e tenuta.
    Ha ragione chi sottolinea come il fenomeno non sia nuovo. In realtà, a renderlo preoccupante oggi è il numero di contatti che raggiunge in maniera tempestiva e poco arginabile. Se i social non possono essere considerati la causa principale delle fake news, like e condivisioni ne facilitano la propagazione, secondo un dinamismo che dei contenuti premia più la visibilità della loro stessa veridicità.
    Al riguardo, nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Papa Francesco denuncia «la logica del serpente», che arriva a offuscare «l’interiorità della persona» e a rubarle «la libertà del cuore». Perfino un’argomentazione impeccabile, «se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità».
    A quel punto, a che serve?
    «Ero tornato, avevo fatto fortuna, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più – riconosce il protagonista del romanzo di Pavese al suo ritorno dall’America –. Quello che restava era come una piazza l’indomani della fiera…».
    Non che tale esito sia ineluttabile. Anzi, Francesco – e con lui tutto il magistero ecclesiale – è portatore di uno sguardo fiducioso nelle capacità dell’uomo di «raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi».
    Si tratta di «riscoprire il valore della professione», dove il giornalista è «il custode delle notizie», al cui centro «non ci sono la velocità nel darle e l’impatto sull’audience, ma le persone». Un «giornalismo di pace», attento a comprendersi a servizio di quanti «non hanno voce» e a porsi alla «ricerca delle cause reali dei conflitti».
    D’altra parte – visto che, oltre che fruitori, tutti siamo diventati produttori – il Papa sottolinea «la responsabilità di ciascuno nella comunicazione della verità»; responsabilità che chiede di educarsi ed educare al discernimento, alla verifica, all’approfondimento.
    Del resto, nel suo rapporto con la realtà, la verità rimane un’esigenza insopprimibile, che non si risolve in una «realtà concettuale» e nemmeno nel «portare alla luce cose oscure». Verità è «ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere», spiega Francesco, che aggiunge: «L’uomo scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama». Pavese direbbe: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante e nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
    In ultima analisi, sottolinea ancora il Messaggio, «l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente». L’esperienza della comunità ecclesiale ne riconosce il volto in Gesù Cristo, verità ultima e piena dell’uomo.
    È questo fondamento che ci sta a cuore, anche nella comunicazione. È per questo che si torna. È per questo che – come il protagonista de La luna e i falò –  non si smette di cercare: «Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri di più che un comune giro di stagione».

    *Sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali. Per approfondire, consultare il sito dedicato al Messaggio

     



  • Auguri a Gaetano Pugliese neo presidente del Mieac

    Nel corso dei lavori della sua sessione invernale, il Consiglio Episcopale Permanente della Cei ha provveduto alla nomina del professor Gaetano Pugliese a nuovo Presidente nazionale del Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica (Mieac). A lui l’augurio di buon lavoro della Presidenza nazionale e di tutta l’associazione nella consapevolezza della centralità della cura educativa, che da un lato esprime il desiderio di rafforzare ciò che ci è più caro, la formazione delle coscienze, e dall’altro rappresenta l’impegno a trovare risposte nuove e profetiche alle domande del presente. Un grazie riconoscente alla professoressa Elisabetta Brugè per i suoi anni di servizio generoso e competente alla guida Mieac.



  • Un patto per la natalità

    L’appello del Forum delle Famiglie alla politica

    Il nostro Paese sta vivendo l’inverno demografico più difficile della sua storia. Da circa quarant’anni i tassi di fecondità sono molto bassi: meno di due figli per donna, ossia inferiori a quanto necessario per garantire il semplice ricambio tra le generazioni. Oggi siamo ad un 1,34 figli per donna. Solo il continuo aumento dell’aspettativa di vita e l’immigrazione hanno parzialmente arginato il problema. Ma il calo della popolazione sta diventando sempre più evidente ed insostenibile.
    Un dato, soprattutto, induce a riflettere: è molto marginale la quota di persone che dichiara di non volere figli. È attestata invece oltre il 40% un’ampia parte di popolazione che desidererebbe due o più figli, e che però non ha i mezzi per andare oltre il primo.
    Nella consueta indagine condotta dall’O.N.F. (Osservatorio Nazionale Federconsumatori) sui costi necessari al mantenimento di un figlio, emerge che per mantenere un bambino nei primi 12 mesi le famiglie italiane devono sostenere un costo che varia da un minimo di 7.072,90 € ad un massimo di 15.140,76 €,con un aumento medio dell’1,1% rispetto al 2016. Ad una famiglia con un reddito medio di 34mila € netti all’anno, portare un figlio dagli 0 ai 18 anni costa quasi 170mila €. Una famiglia con reddito più basso può arrivare a spendere 113mila € mentre, se il reddito raddoppia, può spendere anche 270mila € a figlio in 18 anni.

    Il contesto attuale, insomma, sembra non scommettere più sulle famiglie ed i giovani. La triste sensazione è che l’Italia abbia smesso di credere nel proprio futuro.
    Sono 5,5 milioni le donne tra i 18 e i 49 anni che rinunciano ad essere madre (una donne fertile su due) perché essere madri e lavoratrici in Italia è ancora troppo difficile. Parallelamente il 71 per cento delle donne tra i 20 e i 34 anni mira ancora ad avere almeno due figli e soltanto il 7 per cento è disposto a rassegnarsi a non averne.
    Si aggiunga ancora che nel 2016, secondo l’Ispettorato del lavoro, su dieci donne che hanno dato le dimissioni dal loro posto di lavoro otto erano mamme e una buona parte di queste spiegava la scelta con la difficoltà di «gestire insieme figli e lavoro».

    Gli effetti della denatalità, di cui ancora facciamo fatica ad essere pienamente consapevoli, sono già dirompenti. Come mantenere il PIL, e il rapporto con il debito, con una popolazione in costante diminuzione?  Come affrontare la crescente spesa sanitaria e pensionistica? Come sostenere i costi, anche sociali, di una popolazione sempre più anziana? Già oggi, da diversi punti di vista, vediamo i primi effetti nefasti di tutto questo. Siamo un popolo incurvato su se stesso, stanco, che ha smesso di sperare.

    Per anni la politica ha considerato la natalità un tabù. Il tema tocca infatti argomenti apparentemente divisivi: maternità, famiglia, immigrazione. Ma è arrivato il momento di non guardare più alla prospettiva
    di parte o agli interessi elettorali. In ballo c’è il destino di una nazione. Su questo punto è indispensabile accantonare tutte le controversie ideologiche. I bambini devono essere considerati un Bene Comune perché rappresentano il futuro di tutti noi.

    Sono indispensabili interventi decisi per invertire una tendenza che ci sta portando verso un domani senza prospettive. Tali interventi devono essere universali, coerenti e garantiti nella loro esistenza e durata, e non semplici aiuti occasionali. È necessaria una politica di lungo periodo che veda in questo punto un investimento irrinunciabile: serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti alla natalità, uniti alla promozione di una più ampia cultura dell’accoglienza dei bambini, così come un ampio programma di consolidamento del lavoro femminile, con soluzioni di conciliazione del tempo del lavoro con quello della famiglia, anche attraverso servizi adeguati e a basso costo. Si tratta di scelte non più rinviabili. Per troppo tempo la politica si è limitata a fingere di intervenire, commentando di volta in volta gli allarmanti dati Istat senza, tuttavia, trasformare quelle analisi in azioni concrete, se non con misure rare ed estemporanee.

    Per questo il Forum delle Famiglie chiede ai Partiti e alle Liste in corsa per la prossima tornata elettorale, di considerare il tema della natalità e delle politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi. I nodi sono arrivati al pettine e la situazione non è più rinviabile. È possibile – e anzi è un bene – che vi siano visioni differenti sui tanti temi del dibattito politico. Ma su questo punto, ve lo chiediamo con forza, appellandoci al vostro senso di responsabilità, è necessaria un’unità di intenti: occorre remare tutti nella stessa direzione per invertire la rotta. Si tratta di un segnale decisivo per ridare speranza all’Italia. Ne va del futuro del nostro bellissimo e amatissimo paese.

     

     



  • Scatti di Pace

    Progetto di solidarietà e sussidio del Mese della Pace per l’anno 2018

    Come ci invita a fare Papa Francesco nel Messaggio per la LI Giornata Mondiale della Pace, come veri e propri fotografi, siamo chiamati a mettere a fuoco tutte quelle realtà del mondo spesso dimenticate, a partire dai rifugiati e dai migranti in cerca di un domani migliore. In quest’ottica, ecco il progetto di solidarietà 2018 dell’Azione Cattolica che incontra la realtà di Terre des Hommes, impegnate nella difesa dei diritti dei bambini e nella promozione di uno sviluppo equo, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa, politica, culturale o di genere. Assieme a Terre des Hommes vogliamo metterci accanto ai piccoli rifugiati (in particolare a oltre 200 bambini con disabilità fisiche e/o mentali) nel territorio di Erbil in Iraq, per migliorare le loro condizioni di vita e quelle delle loro famiglie offrendo supporto psicologico e un servizio di fisioterapia a domicilio. Come? Attraverso l’acquisto del gadget realizzato per l’occasione - una cornice magnetica - possiamo dare continuità a questo sogno nostro e di Terre des Hommes, e soprattutto a quello di quanti fuggono dalla guerra alla ricerca di un futuro di pace. - Modulo ordine Pace 2018 - Booklet Pace 2018 - Sussidio Pace 2018



  • Un frutto prezioso che domanda impegno e progettualità

    I 70 anni della Costituzione repubblicana

    di Gian Candido De Martin* - Dal 1° gennaio 1948 abbiamo una Carta costituzionale, patto fondativo della convivenza civile: la democrazia si è fatta Costituzione, dopo 18 mesi di lavoro serrato dell’Assemblea costituente, eletta il 2 giugno 1946 contemporaneamente alla scelta referendaria per la forma repubblicana. Un lavoro serio, svolto soprattutto nell’ambito della commissione dei 75, in cui si sono confrontate culture politiche assai diverse (cattolica, liberale, socialista, anche marxista), che alla fine hanno però saputo trovare una sintesi utile, tradotta in 139 articoli, di cui i primi 12 di principi fondamentali e gli altri suddivisi tra la parte I sui diritti e doveri dei cittadini e la parte II dedicata all’ordinamento della Repubblica. Un esempio di collaborazione certo non semplice, oggi difficilmente replicabile, allora animata da alcuni obiettivi e valori di fondo condivisi, frutto di un costituzionalismo non nazionalista, ma aperto alla collaborazione internazionale e in nuce anche all’integrazione europea.

    Così si è arrivati a codificare in norme scritte con una lucida chiarezza, senza ambiguità, alcuni caposaldi destinati a valere nel tempo, per dare senso e solidità alla democrazia ritrovata dopo la parentesi fascista: il valore della libertà e dei diritti inviolabili, nel rispetto del pluralismo delle convinzioni personali politiche e religiose, così come dell’eguaglianza sostanziale, intesa come pari opportunità e giustizia sociale da perseguire per consentire a tutti i cittadini lo sviluppo della propria personalità e la partecipazione effettiva alla vita del Paese, in una prospettiva in cui ha una centralità sia la promozione di un lavoro non disgiunto dalla dignità umana sia il ruolo delle autonomie territoriali e sociali. Un quadro avanzato di principi, non a caso fatto proprio da varie altre Costituzioni coeve o successive in Europa e in altri continenti. Si può aggiungere che hanno certamente pesato nell’elaborazione della Carta alcuni significativi apporti di costituenti di matrice cattolica di grande qualità, i quali hanno contribuito  tra l’altro a radicare e valorizzare principi di grande portata, come quelli di solidarietà e di sussidiarietà, espressi con grande forza dal magistero sociale della Chiesa.

    Oggi, a 70 anni di distanza, ci si può chiedere se la Costituzione sia (ancora) giovane o vecchia. E la risposta sembra in fondo agevole, considerando sia la tenuta sostanziale della prima parte, la quale semmai richiede un costante impegno per esplorarne potenzialità finora inesplorate (ad esempio, in tema di funzione sociale della proprietà in rapporto alle esigenze di tutela ambientale oppure nella regolazione del ruolo di partiti e sindacati), sia la validità, tutto sommato, anche della parte sull’organizzazione dei pubblici poteri, che ha fin qui garantito una corretta vita democratica del sistema, anche nel dibattito su eventuali modifiche (come si è visto in occasione delle proposte dei governi Berlusconi e Renzi, poi bocciate a larga maggioranza dagli elettori). Certo talora datata, anche nel linguaggio (es. si parla di paesaggio, che oggi si chiama ambiente), ma non superata, anzi da difendere rispetto a taluni tentativi - spesso superficiali ma non per questo meno pericolosi - di scorciatoie riformatrici che rischiano di minarne principi ed assi portanti.

    Piuttosto si può sostenere che la Costituzione abbia bisogno di una opportuna manutenzione, con interventi di aggiornamento mirati su singoli punti, come d’altronde è avvenuto molte volte in questi primi sette decenni di vigenza: sono oltre una ventina le modifiche apportate in questo arco di tempo, la maggiore delle quali riguarda il tentativo di valorizzazione delle autonomie regionali e locali - in base al fondamentale principio autonomistico sancito nell’art. 5 - allorché si è rivisto organicamente il titolo V della parte II nel 2001. In verità, questo disegno di potenziamento a vario titolo di comuni, province e regioni è restato finora senza un seguito effettivo, talché resta aperto un grande problema di attuazione, reso ancor più complesso e urgente per via della confusione che si è determinata con interventi di ridimensionamento delle autonomie durante la recente crisi economica, in cui si era addirittura prevista la soppressione delle province.

    La scelta per una fisiologica manutenzione non esclude che qualche intervento di modifica sia auspicabile su qualche punto: ad esempio, ad avviso di chi scrive, per limitare l’autodichia che consente alle Camere di decidere in toto sui titoli di ammissione dei parlamentari, oppure per evitare che le specialità regionali siano fonte di malintesi privilegi finanziari, oppure ancora per consentire l’accesso alla Corte costituzionale anche alle autonomie locali. Si può anche aggiungere che molti opportuni adeguamenti sono possibili senza modifiche alla Carta, ma operando ad es. sui regolamenti parlamentari, come ha fatto positivamente il Senato (purtroppo non la Camera) nelle scorse settimane per scoraggiare il cambio di casacche o far funzionare meglio le commissioni legislative o come si potrebbe fare per dar finalmente voce in Parlamento a regioni e enti locali.

    Un’ultima considerazione. Per sottolineare l’esigenza di una conoscenza reale del significato e dei contenuti della Carta, specie a fronte dei populismi dilaganti e del degrado della partecipazione democratica, con progressivo distacco dei cittadini dalla vita pubblica. È indispensabile una nuova stagione di cittadinanza attiva e di capacità progettuale per riprendere il filo dei valori costituzionali da interpretare concretamente, evitando che paure e crescenti diseguaglianze scoraggino l’impegno di chi ha di mira il bene comune. Ciò che dovrebbe sollecitare in particolare i laici cristiani, per i quali un serio impegno per la politica è la forma più alta della carità, come ribadito di recente anche da papa Francesco.

    *Professore emerito di Diritto pubblico alla LUISS «G. Carli» di Roma e presidente dell’Istituto «V. Bachelet» per lo studio dei problemi sociali e politici dell’Azione cattolica italiana



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